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http://italian-revolution.blogspot.it/
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Siamo persone, cittadini, lavoratori, studenti, precari, diversamente abili, pensionati, cassintegrati.
Siamo disoccupati e lavoratori in nero.
Siamo come te.
Siamo simbolicamente il 99%, ossia la maggioranza della popolazione costretta giornalmente a vendere la propria forza lavoro (manuale o intellettuale) per poter vivere.
Pensiamo che questa crisi europea e mondiale non sia dovuta esclusivamente, come vogliono farci credere, a una cattiva gestione dell'economia e della cosa pubblica dei singoli stati, alla finanza impazzita, alle ruberie o alla corruzione di questo o quel governante, o all'incapacità della nostra classe politica, sintomi di una malattia ben più grande: quella del sistema in cui siamo costretti a vivere, basato sul profitto e sull'accumulazione di capitali.
Pensiamo sia impossibile un reale cambiamento senza uscire dalle logiche del sistema capitalista.
Non può esistere una reale democrazia all'interno di un sistema economico che, per quanto perfezionato e limato, fa comunque del profitto, dell'egoismo e dell'avidità i propri punti cardine.
Dobbiamo dunque puntare a un obiettivo che, per quanto complesso, ci potrà finalmente liberare dalla schiavitù del lavoro obbligatorio, dalle crisi cicliche e portare a una vera democrazia dove finalmente saremo liberi di essere ciò che vogliamo, perché la libertà dipende dalle necessità.
Vogliamo essere liberi dalle costrizioni e dall'ansia di dover arrivare a fine mese, cessare di essere ingranaggi di un sistema che ci sfrutta per finalità che non sono le nostre.
Crediamo che il processo di cambiamento debba essere internazionale, planetario. In questo senso rifiutiamo il concetto di “patria” inteso come nazione, come proprietà da difendere.
Crediamo che ogni cittadino che nasce su questa terra debba essere libero.
Siamo aperti alla condivisione e alla conoscenza di culture diverse.
Per questo non vogliamo bandiere, nè nazionalismi.
Siamo apartitici ma non per questo apolitici. Anzi vogliamo promuovere la partecipazione politica di ogni singolo individuo alle questioni che riguardano tutti.

Pensiamo che sia inutile fidarsi dei partiti istituzionali e dei sindacati, in quanto nessuno di questi, neanche il più radicale, potrà mai fare realmente i nostri interessi.
In questo senso siamo profondamente antiparlamentari.
I partiti sono “parti” del sistema stesso, sono parte integrante di ciò che vogliamo combattere. Non ci rappresentano e denunciamo profondamente la loro corruzione.
Siamo contro i sindacatii perchè si sono ormai ridotti a semplici organismi di rappresentanza perfettamente incardinati nelle logiche sistemiche.
Il ruolo storico del sindacato è sempre stato quello di contrattare migliori condizioni di lavoro tra azienda e lavoratore, prendendo, si spera, le difese di quest'ultimo.
Il problema è che oggi il sindacato non è più la forma attraverso cui possiamo organizzare e portare avanti in modo concreto queste rivendicazioni, la contrattazione è quasi sempre a sfavore dei lavoratori.
Non siamo più negli anni '60 o '70, quando il sindacato poteva rappresentare, a volte, una reale risorsa per i lavoratori. Oggi un'azienda delocalizza o licenzia in tronco senza farsi troppi problemi perché non può più effettivamente concedere nulla al lavoratore, dovendo rincorrere i profitti che, per via della crisi, sono in caduta libera.
Vogliamo la rivoluzione.
Non ci interessa il riformismo, e per questo non ci definiamo né keynesiani né neoliberisti perché non ci interessa salvare questo sistema che sappiamo non potrà darci altro che sempre maggiore povertà e desolazione.
Non è una crisi, è il sistema.
Vogliamo, dunque, avviare dal basso un processo che porti a un rovesciamento del sistema capitalista in favore di un altro dove siano messi al centro i bisogni dei molti, e non i profitti di pochi.
Siamo tutti esseri umani.
Ma non vogliamo esserlo solo in senso “scientifico”, ma soprattutto sociale.
In questo sistema non esistono ancora l'affermazione degli “esseri umani” in senso sociale, esiste invece una sterminata schiera formata da chi è costretto ogni mattina ad alzarsi alle 7 per andare a lavoro e si sforza per arrivare a fine mese, da chi lotta contro il precariato, da chi si ritrova con una pensione misera, da chi è disabile e viene considerato un “soggetto improduttivo”, da chi studia e teme la disoccupazione, da chi fa 2 o 3 lavori per vivere, da chi un lavoro stabile o una piccola attività ce l'ha e sta un po' più sereno degli altri ma sente che comunque le condizioni stanno via via peggiorando... E poi da tutti gli altri, ossia quelli che invece traggono vantaggio da questa situazione: imprenditori, banchieri, finanzieri e tutti coloro che hanno dei capitali da mettere a frutto e una serie pressoché infinita di disoccupati che bussano alla loro porta.
Questa situazione deve finire.
Dobbiamo unirci contro di loro, contro chi ci costringe a tutto questo.
Vogliamo l'avviarsi di assemblee di massa ovunque, nei quartieri e nei luoghi di lavoro, fuori dai sindacati e dai partiti e guidati dai principi della democrazia diretta, dove ognuno sia libero di esprimersi e non ci siano leader ma solo rappresentanti, con delega revocabile in ogni momento.
Vogliamo creare una fitta interconnessione di assemblee e di microrealtà, dove lo Stato, qualora dovesse sussistere, dovrà assumere una forma puramente amministrativa e di smistamento e non, com'è ora, di repressione e controllo.
Vogliamo l'autorganizzazione delle lotte sul posto di lavoro, fuori e scollegate dal sindacato, per scegliere in maniera autonoma le forme di mobilitazione adeguate, contro le imposizioni del sistema e interconnesse fra loro, superando i particolarismi e le divisioni di settore.
Perché l'unione fa la forza.
Vogliamo la realizzazione di un sistema basato su associazioni di liberi produttori e consumatori, annullando il concetto di proprietà privata dei mezzi di produzione, espropriandolii e socializzandoli.
Vogliamo uscire dalle logiche dello scambio commerciale (di qualsiasi tipo) e orientarci verso la produzione in senso comunitario e per la collettività, dove si produrrà decidendo insieme, collettivamente, cosa e quanto sarà necessario produrre, ma non per soldi, non per profitto, ma per vivere al meglio e secondo le nostre necessità e i nostri bisogni.
Vogliamo produrre un cambiamento che sarà contemporaneamente sociale, economico e culturale, dando vita a effettivi positivi anche sull'ambiente, che deve essere salvaguardato dal consumismo e dalla sete di profitto che lo sta distruggendo.
Vogliamo che il nostro pianeta venga rispettato, consapevoli che è la nostra unica casa e che dobbiamo viverci in armonia e integrazione. La “crescita” e la produttività a tutti i costi non fanno la (nostra) felicità, anzi la distruggono in nome di ritmi di lavoro ossessivi che ci sottraggono quanto di più bello abbiamo: il tempo libero per vivere.
Vogliamo un processo di cambiamento non violento. Ci consideriamo pacifici e non violenti nel senso che prediligiamo le pratiche della disobbedienza civile e siamo totalmente contrari ai metodi terroristici fondati sull’azione esemplare di poche persone.
Siamo inoltre contrari ai soliti scontri di piazza con la polizia, tanto scenografici quanto fini a se stessi, inutili agli scopi rivoluzionari perché controproducenti (la polizia, dopotutto, per quanto incaricata di difendere e di rappresentare il sistema che combattiamo, è formata anch'essa da lavoratori vessati dai tagli). Ciò ovviamente non vuol dire che siamo pronti a denunciare alle forze dell'ordine chi tira i sassi o rompe le vetrine, perché legittimeremmo un sistema che rifiutiamo.
Vogliamo combattere l'individualismo e confrontarci sui temi e sulle problematiche che ci riguardano, cercando di risolverle insieme e riscoprire così il piacere della collettività.